Turchia: l’AKP vince, ma non può governare da solo. E ora?

Le elezioni parlamentari tenutesi in Turchia lo scorso 7 giugno confermano l’ampio sostegno per il partito per la Giustizia e lo Sviluppo, l’AKP. Pur tuttavia, allo stesso tempo, queste elezioni hanno notevolmente ridimensionato la capacità di azione del partito che da tredici anni guida il Paese grazie ad esecutivi monocolore. Con Erdoğan eletto alla Presidenza della Repubblica lo scorso anno con ampio margine, l’ex ministro degli esteri Davutoğlu, paracadutato alla guida dell’esecutivo, è diventato una figura ancillare a quella del Presidente, il cui ruolo sarebbe in realtà ben più circoscritto a funzioni di garanzia e mediazione.

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Queste elezioni, infatti, rappresentavano per Erdoğan la possibilità di trasformare la Turchia in senso presidenziale. Per fare ciò, l’AKP avrebbe dovuto garantirsi i 3/5 dei 550 seggi del Parlamento. A causa delle distorsioni del sistema elettorale – un proporzionale con un’altissima soglia di sbarramento nazionale al 10% – il partito di Erdoğan ha ottenuto 258 seggi con il 40,9% dei voti. Basti pensare che nel 2002, quando l’AKP si presentò per la prima volta alle elezioni, vincendole, ottenne 363 seggi con solo il 34,28% dei voti. Questa volta, però, la distribuzione del voto è andata a scapito dei due partiti centristi e a vantaggio delle ali dello spettro politico: il partito nazionalista MHP e il partito di sinistra di riferimento curdo, l’HDP. Ottenendo rispettivamente il 16,3% (80 seggi) e il 13,1% (80 seggi) dei voti, l’elettorato turco ha espresso chiaramente la propria posizione sull’idea di una Turchia presidenziale. Allo stesso tempo, lo storico partito social-democratico di opposizione, il CHP, ha subito una lieve flessione dei voti, continuando a ruotare intorno al 25% (132 seggi), incapace di elaborare una narrativa alternativa a quella di Erdoğan.

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E ora?

Nell’impossibilità di mettersi alla guida di un partito monocolore, l‘AKP è costretto a prendere in considerazione l’idea di una coalizione, ma l’unico alleato plausibile sembra essere il partito nazionalista, dal momento che gli altri partiti hanno escluso qualsivoglia tipo di trattativa con il partito islamista, ben prima del voto.

In alternativa, le opposizioni – che, sommate, controllano 292 seggi – potrebbero tentare di mettere in piedi una coalizione che escluda l’AKP, ma è difficile pensare sulla base di quale programma e visione d’insieme ciò possa accadere.

Date le difficoltà determinate dal risultato elettorale, non è da escludere la possibilità di un governo di minoranza dell’AKP o che si proceda con nuove elezioni, da indire non prima di 45 giorni.

Le ragioni di una sconfitta

Molti osservatori internazionali guardano con estremo ottimismo alle ultime elezioni in Turchia, affrettandosi a considerare chiusa l’esperienza politica di Erdoğan. Se il voto ha bocciato le aspirazioni presidenzialiste, è pur vero che l’AKP gode ancora della maggioranza relativa dei voti e la distribuzione dell’elettorato a vantaggio degli estremi politici può benissimo rappresentare uno spostamento transitorio qualora l’AKP riesca ad interiorizzare il segnale lanciato dalla base del proprio elettorato.

Le ragioni del calo elettorale dell’AKP sono molteplici. La polarizzazione politica e la paranoia dell’esecutivo, acuitasi dalle proteste di Gezi Parkı e lo scandalo corruzione del 2013, hanno progressivamente allontanato la componente più moderata dell’elettorato dell’AKP. Larga parte dell’approvazione nei confronti di Erdoğan sin dal 2002 è stata determinata dal notevole successo economico della Turchia, il cui modello di sviluppo, però, ha iniziato a mostrare segni evidenti di stanchezza dovuti agli squilibri insiti nel modello stesso.

Dopo l’intervento del Fondo Monetario Internazionale conclusosi nel 2001, la Turchia ha potuto godere di tassi sostenuti di crescita, salvo la contrazione a causa della crisi finanziaria globale. Le spinte riformistiche hanno iniziato a subire un notevole rallentamento a metà degli anni Duemila, in concomitanza con l’impasse nei negoziati di accesso all’Unione Europea e le tensioni con le istituzioni di garanzia kemaliste del Paese.

Recentemente, attori internazionali quali l’agenzia di rating Fitch e l’OCSE, hanno evidenziato diverse debolezze strutturali dell’economia turca, la cui dipendenza dai capitali stranieri e dai settori edile ed immobiliare rischia di favorire la formazione di bolle che un sistema bancario eccessivamente indebitato ed un basso tasso di risparmio privato non sarebbero in grado di gestire nel caso di una crisi di liquidità. La stessa Banca Centrale non è provvista di riserve sufficienti per far fronte ad uno scenario del genere ed è stata messa numerose volte sotto pressione da parte dell’esecutivo negli ultimi anni, nel tentativo di ottenere una politica monetaria più accomodante, nonostante un’inflazione ben oltre il target del 5% e una disoccupazione in crescita.

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Incapace di garantire i tassi di crescita del passato, l’AKP ha dovuto fare i conti anche con le frustrazioni della minoranza curda che, pur avendo goduto di un relativo allargamento dei propri diritti civili e politici, ha dovuto subire l’atteggiamento ondivago di Erdoğan, interessato ad ottenere il supporto dei curdi per la riforma della Costituzione, ma preoccupato degli sviluppi geopolitici della regione in seguito allo scoppio della guerra civile siriana e le ampie porzioni di territori autonomi sotto controllo delle popolazioni curde siriane ed irachene. Nonostante il cessate il fuoco siglato con il leader Abdullah Öcalan del PKK, formazione curda ed indipendentista in lotta con le autorità centrali turche da decenni, la Turchia non ha fatto passi significativi nella direzione delle risoluzione della questione curda.

Il successo dell’HDP va certamente spiegato in questo senso, ma gli va riconosciuto il merito di esser stato in grado di accogliere tutto l’ampio spettro delle opposizioni politiche e sociali ad Erdoğan, prestando particolare attenzione alla tutela delle minoranze, alle questioni di genere, alle discriminazioni in senso ampio e alle istanze ambientaliste. Qualora l’AKP dovesse ottenere l’appoggio dell’MHP, è difficile stabilire come la questione curda verrà trattata dell’esecutivo, considerata la ferma opposizione del partito nazionalista.

Resta l’incertezza. Il Presidente Erdoğan è in silenzio da quasi due giorni e le dichiarazioni degli esponenti della dirigenza dell’AKP sono spesso contraddittorie. L’instabilità politica si è subito trasmessa in una perdita di fiducia negli investitori stranieri, con, all’indomani del voto, una lira in caduta, la borsa in negativo in apertura ed i tassi di interesse sui titoli di Stato decennali in crescita. La situazione è molto fluida ed è difficile prevedere i prossimi sviluppi.

Matteo Garnero

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2 pensieri su “Turchia: l’AKP vince, ma non può governare da solo. E ora?

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