Bruxelles e l’Europa che non ha paura: la voce della “generazione Erasmus”

IMG_0407Nelle ultime settimane la cronaca giornalistica ha utilizzato, e forse abusato, l’espressione “generazione Erasmus” per raccontare prima il drammatico incidente di Tarragona e poi gli attentati di Bruxelles. Attraverso questa riflessione scritta a due mani, Tommaso Ruggero e Salvatore Ricci, due studenti che stanno vivendo la loro esperienza Erasmus, provano a raccontarci come la “generazione Erasmus” sia qualcosa di vivo, dinamico e pronto a reagire ad una certa retorica della paura.
La bella immagine che esce da questo articolo è quella di una gioventù forte che si erge a spina dorsale di un’Europa proiettata nel futuro e che rifiuta di essere ridotta ad una notizia di cronaca nera.

(Redattore: Jacopo Scita)

Bruxelles, 22 Marzo 2016 – Fuoco e fiamme all’aeroporto  internazionale di Zaventem, dove due bombe quasi simultanee sono scoppiate alle 8 di questa mattina uccidendo 14 persone, terrore che ha raggiunto anche il cuore della capitale belga circa un’ora dopo: un’altra bomba scoppia nel quartiere europeo, alla fermata della metropolitana di Maelbeek. Quello che tutti temevano si verificasse di nuovo, dopo il duplice attentato a Parigi – Gennaio e Novembre 2015 – , è successo anche a Bruxelles, il cuore dell’Unione Europea, la sede dei tre organi principali, Commissione, Consiglio e Parlamento.

Bruxelles non è solo il polo di gravità istituzionale dell’apparato europeo, non è appena la locomotiva burocratica che muove quei meccanismi decisionali tante volte criticati, e bersagliati, oggetto di frasi fatte  e motti diventati popolari da qualche anno a questa parte. Bruxelles è tante altre cose, è una città globalizzata, multilingue, un melting pot di etnie e tradizioni, il risultato di secoli di migrazione, un centro che pullula di storia e cultura, la nostra cultura.

Il grido di dolore che oggi si leva da ogni nazione e città europea, è quello della nuova generazione, la cosiddetta generazione Erasmus – reduce per altro, solo qualche giorno prima, di un’altra terribile tragedia che ha contato 14 vittime –  una generazione spesso oggetto di critiche ma che oggi sente di dover alzare la voce e prendere la parola, consapevole di essere il futuro e il domani di un’Europa in ginocchio.

Come ogni “giorno dopo”, all’indomani di questi eventi terribili l’Europa si sveglierà di nuovo scossa, ed i giornali useranno ancora le stesse parole, gli stessi titoli: terrore, paura, guerra. Questi tre lemmi sono apparsi piuttosto spesso insieme negli articoli di politica estera da un anno e mezzo a questa parte, diffondendo panico, timore che ci porta ad immaginare gli scenari più apocalittici. Una domanda sorge oggi spontanea: l’Europa non è più un posto sicuro? Ieri Parigi, oggi Bruxelles. E domani? Il qualunquismo e la pochezza di pensiero di molti – fomentati per altro da articoli e titoli ai limiti dell’indecenza – produrranno di nuovo idee e sofisticati piani d’attacco. Una spirale di violenza che a quanto pare non ha mai estirpato il problema alla radice. Il motto ricorrente che ci risveglia dal torpore, che ci fa rinsavire dallo stato di shock in cui siamo piombati è sempre lo stesso “siamo in guerra”. Tuttavia ci si chiede chi è in guerra? E contro chi? Chi combatterà questa guerra, e qual è il nemico, se non la stupidità , l’ignoranza , gli interessi economici, i giochi di potere. Tutto ciò ci ha trascinato,  sì in una guerra, ma una guerra invisibile, che giorno dopo giorno produce decine di morti e non riesce a darvi un senso. Per dare un senso a ciò, per riprenderci un futuro che oggi a vent’anni noi studenti, noi viaggiatori, noi cittadini europei e del mondo non vogliamo ci sia tolto, alziamo le nostre voci insieme, un grido di dolore e di libertà, la libertà che non potranno mai sottrarci.

È proprio questa libertà che oggi è minacciata, è il terrore che ci rende vulnerabili, che ci rende prigionieri e schiavi, ed è il terrore che loro utilizzano per colpirci e disunirci. È importante sottolineare che lo Stato Islamico, il quale ha rivendicato gli omicidi di Parigi e l’attentato di Bruxelles, tenta in questo modo di mostrarsi come una potenza universale, la quale, pur non disponendo della capacità militare di cui dispongono gli stati recentemente bersagliati, riesce a colpire ed insinuarsi ovunque. Ma nei luoghi vittime di questa follia ci siamo anche noi ragazzi, siamo in decine di migliaia ogni anno, in un grande abbraccio che va da Lisbona a Budapest, da Helsinki a Madrid. Mai come oggi noi ci sentiamo i primi rappresentanti di un’Unione che non deve essere tale solo nel nome, ma deve dimostrarlo anche di fatto. Siamo i figli di Schengen, i nipoti di Schuman, Adenauer e Spinelli, usciti di casa poco più che ragazzi con una valigia e pochi quattrini, per ritornare a casa adulti, con un enorme bagaglio e arricchiti da nuove magnifiche esperienze, consapevoli di noi stessi. Siamo il simbolo dell’Europa di domani, unita, libera, sicura. Un’Europa diversa, eterogenea e globale dove i nostri figli e i nostri nipoti possano crescere e condividere ideali di tolleranza ed uguaglianza, nel pieno rispetto della diversità. Ed è per questo che far sentire la nostra voce oggi è quanto mai importante  perché quest’abbraccio non sia sciolto, perché sia difeso quello che i nostri padri hanno creato e che sta a noi plasmare e rendere migliore.

L’esperienza Erasmus ci ha permesso di uscire dal confine ristretto delle nostre mura cittadine, di approssimarci a realtà apparentemente lontane, ma che ora sentiamo nostre, quasi come fossero parte della nostra vita da sempre. L’idea che tutto questo, in un domani quanto mai prossimo, possa finire, che l’istinto di sopravvivenza di ogni stato torni a prevalere, non solo sul processo di integrazione in sé, ma su quel sogno di un’Europa dei popoli, solidale e unita culturalmente, è in sé più pericolosa di un fucile puntato o di un ordigno. Oggi noi alziamo la voce per gridare al mondo che uniti non temiamo il potenziale assassino dell’ebbrezza originata dall’ideologia e dal potere, che questa stupidità può solo essere combattuta con la cultura, e la cultura si diffonde tramite l’unione. Noi siamo il simbolo di un’Europa che avanza e che marcia insieme , che riesce ancora a credere nel futuro, un’Europa che non ha paura.

Tommaso Ruggero e Salvatore Ricci

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